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Pubblicato in Editoriale

Una voce di speranza per l'uguaglianza dei diritti

Il nostro percorso con Lavocedeldiritto ha inizio con il noto “articolo di fondo” che accompagna, in modo particolare nel suo esordio, ogni prodotto editoriale di tal genere. In questo spazio gli editori generalmente si dedicano a comunicare la linea di pensiero della testata giornalistica; il mio auspicio è che possa fornire una vera e propria chiave di lettura per le tematiche che costituiranno oggetto della vostra attenzione in queste pagine.

Questa rivista, che si compone di tre macro-aree - nello specifico i settori del mondo del lavoro, dell’istruzione e di tutti gli “altri diritti” - concerne argomenti attuali e discussi nella realtà quotidiana, quali l’accesso alle Università italiane, e persegue il prevalente intento di opporsi a chi viola diritti fondamentali, elevando a linea-guida la devozione per il valore delle libertà individuali, fondamentali in uno Stato di diritto.

La nostra rivista,fedele allo spirito anzidetto, si propone, invece, di svelare l’arcano del fattore motivazionale che spinge l’editore a mettere nero su bianco i propri pensieri: il desiderio di ripristinare valori dimenticati affinché contrastare il loro mancato rispetto diventi il punto di partenza comune e l’ideologia idonea per fronteggiare il senso di malessere che suscita il tetro scenario di principi ingiustamente calpestati.

Lavocedeldiritto deve e vuole essere prima di tutto una “testimonianza”. La testimonianza di un percorso umano e professionale, aperto ad ogni opzione, alternativa e possibilità. Questa rivista, in definitiva, si propone l’ambizioso e non presuntuoso obiettivo di diventare un “giornale di speranza”, una sorta di taccuino su cui tracciare il nostro orizzonte. Un orizzonte in continuo movimento, ontologicamente opposto ad ogni forma di chiusura.

L’articolo 21 della nostra Carta Costituzionale prevede la libertà di manifestare il proprio pensiero, che ricomprende tanto il diritto di informare quanto il diritto ad essere informati. Per tale ragione, lungi dalla presunzione di costituire un profondo insegnamento per i suoi lettori, questa rivista vuole offrire uno strumento utile per accrescere e sostenere la libertà di autodeterminazione.

Autodeterminazione vuol dire in primo luogo poter decidere, avere la libertà di scegliere e di pensare; in altre parole, comportarsi come si vuole e come ci si sente di fare. Del resto, è una caratteristica tipica della natura umana quella di osteggiare la costrizione. Così come è importante per ognuno conservare il diritto alle proprie opinioni e alle proprie convinzioni, è fondamentale per noi stessi poter scegliere.

Eppure i freni posti al diritto di scelta sono purtroppo all’ordine del giorno. Basti pensare a tutti i corsi di laurea diventati a “Numero chiuso”: una selezione ulteriore mediante test d’ingresso (che oggi si espleterà prima della maturità) sembra avere davvero poco senso dal momento che finisce per confermare il giudizio di maturità o per contraddirlo, rivelandosi nel primo caso completamente vano ed avendo, invece, nel secondo caso quale unico effetto quello di privare di valore il verdetto della maturità.

Impedendo al Cittadino la libera scelta del corso di studi, del lavoro e delle proprie aspirazioni, s’impedisce di fatto il pieno sviluppo della persona umana e si viola la salvaguardia dell’espressione della propria personalità contemplata dalla disposizione normativa contenuta nella Costituzione all’art. 3. Il diritto di scelta in genere (cosa studiare, ma anche che lavoro fare), laddove ostacolato, arresta l’accendersi di quella “scintilla interiore” - che rappresenta il concentrato di noi stessi nonché il perno attorno a cui più o meno consapevolmente ruotiamo - e ci porta a rinunciare a ciò che davvero vorremmo essere. L’orizzonte caro a Lavocedeldiritto non può che essere, allora, quello antitetico ad ogni prospettiva di ostruzione: contro tutti i numeri chiusi dalle Università al mondo del lavoro.

Scegliere, peraltro, non è che una formadi libertà strettamente intrecciata con il concetto di felicità in quanto l’identità incompiuta di ciascuno di noi non si realizza se non attraverso la libertà di conseguire le proprie aspirazioni, le proprie ambizioni e di andare incontro a ciò che è ignoto: la natura umana è come una barca arginata in un porto, incessantemente desiderosa di salpare verso mari sconosciuti.

Il terzo millennio, infatti, si apre con scenari politici, economici, sociali, culturali complessi e la globalizzazione, nuove malattie, inquinamento e la perdita di riferimenti tradizionali sono fenomeni ormai affioranti in vastissime aree del mondo. A ciò deve aggiungersi la diffusa tendenza della natura umana a restare aggrappati alle piccole cose, alla mediocrità, all’effimero, alla vacuità, all’ignoranza, alla speculazione, alla brama di potere. Dinanzi a questo panorama sorge spontaneo domandarsi se e quale senso abbia in epoca moderna l’antica risposta alla domanda di felicità dell’uomo, ossia il consiglio di cercare di vivere in armonia con se stessi e con i propri simili, con la natura e l’ambiente circostante.

C’è oramai un ineludibile relativismo nella ricerca della felicità, dovuto appunto al cambiamento dei confini dell’idea di questo concetto nel tempo e nello spazio, nella politica e nella religione. Identificare la felicità personale con l'acquisto, il possesso e il consumo continuo di beni materiali indubbiamente allontana dalle emozioni e dai sentimenti, da quelli che l’economista olandese Sander Tideman chiama i valori più delicati e che asserisce“non fanno la loro comparsa negli attuali modelli economici”.

Come osserva l’economista olandese “la nostra cultura occidentale ha definito il ben-essere e la stessa ragione di vivere, in termini puramente materiali. Noi abbiamo bisogno di un modello che abbracci la totalità della vita, che si basi cioè sulla realtà immateriale includendo le emozioni, i sentimenti, l’acqua, la terra, la luce del sole, tutti quei valori più delicati che non fanno la loro comparsa negli attuali modelli economici”. Sarebbe opportuno passare, come hanno fatto nel Buthan, dal PIL (Prodotto Interno Lordo) al FIL (Felicità Interna Lorda).

Non si può pensare di costruire un mondo migliore fondandolo sui principi e sulle idee di chi possiede più denaro di altri. Si tratta di uno dei cardini della democrazia periclea: senza la possibilità di essere felici, non vi è alcuna democrazia. Pericle ha insegnato ad incentivare la libera iniziativa ed il giusto profitto, nel rispetto altrui e dei principi etici coniugando la libertà individuale con i princìpi di uguaglianza formale e sostanziale.

Amiamo il bello, pur senza sprechi, e ci dedichiamo alla cultura, dice Pericle, fondando la democrazia.

Senza cultura, non c’è democrazia. Il diritto all’istruzione è alla base di una società democratica, che contempla un’educazione ricca, la cultura dell’ottimismo e dell’intelligenza, l’apprezzamento della spensieratezza, la realizzazione di sé, l’ideale di pace. Come sosteneva l’umanissimo Chaplin ne Il grande dittatore, oggi “pensiamo troppo e sentiamo poco”.

E se la ‘felicità’ non viene menzionata perché ritenuta “eccessiva” in periodi di crisi come quello che stiamo vivendo, dobbiamo armarci di volontà per costruire una società migliore al fine di ritrovare il diritto alla speranza. Lungi dal perseverare nell’enfatizzare il culto dei soldi, del potere, dell’immagine, del risultato a qualsiasi costo, possiamo e dobbiamo ancora sperare, coltivare sogni per cui lottare, sogni che non si possono realizzare senza quella libertà di scelta in assenza della quale l’uomo non può essere felice, ovvero ‘il pieno sviluppo della persona umana’ sancito dall’articolo 3 della Costituzione.

L’essenza è sempre il nesso libertà-felicità, senza la quale non si potrà sperare di vivere in condizioni di parità.L’uguaglianza sostanziale dei diritti, in conclusione, vuole essere la chiave di lettura che ci auguriamo di trasmettere a tutti voi lettori, dal momento che riteniamo rientri tra le cose che mancano più di tante altre alla nostra società e di cui uno Stato democratico necessita, al giorno d’oggi…come la terra sotto i piedi.

 La Voce del Diritto

            Avv. Michele Bonetti

            Editore

                                                                      Roberta Nardi

                                                                      Direttore del Giornale

                                                                      Giornalista

                                                                           

Ultima modifica il 20 Febbraio 2014