RIA ai dipendenti pubblici: gli effetti della sentenza della Corte Costituzionale. Come agire per recuperare un tesoretto
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Gli Avvocati Michele Bonetti &Santi Delia ci spiegano cosa possono fare i dipendenti pubblici che, tra gli anni 91-93,erano stati tagliati fuori dalle maggiorazioni RIA.

idipendenti pubblici del comparto Ministeri in servizio negli anni ’90 potrebbero avere una imperdibile occasione di recuperare diverse migliaia di euro. Si tratta di personale, per lo più oggi in pensione che, grazie all’intervento di una recente sentenza della Corte Costituzionale, avrebbe ancora diritto a tali somme.

Ma come si è arrivati a questa sentenza?

A fine anni ’80 – in quel bel Paese con un debito pubblico che continuava a crescere senza tuttavia che fosse intaccata la fiducia che fosse quella la strada giusta – ci si preparava alle notti magiche di “Italia 90”. Forse anche grazie a tale euforia, dopo anni di blocco dei contratti, si decise di dare un riconoscimento ai dipendenti pubblici in ragione dell’anzianità maturata.

Si pensò, così, di introdurre una ulteriore maggiorazione della cosiddetta RIA – retribuzione individuale di anzianità – il cui valore mutava a seconda di quanti anni di servizio erano già stati maturati.

Ed infatti (con i commi 4 e 5 dell’art. 9 DPR n. 44/90), si stabilì una maggiorazione della RIA in presenza dei seguenti requisiti:

a) per tutti i dipendenti con esperienza professionale di effettivo servizio di 5 anni maturata alla data del 01.01.1990 ovvero nell’arco della vigenza contrattuale (ovvero 31.12.1990);

b) per tutti i dipendenti con esperienza professionale di effettivo servizio di 10 anni maturata alla data del 01.01.1990 ovvero nell’arco della vigenza contrattuale (ovvero 31.12.1990) è previsto un importo della maggiorazione RIA raddoppiato previo riassorbimento delle precedenti maggiorazioni;

c) per tutti i dipendenti con esperienza professionale di effettivo servizio di 20 anni maturata alla data del 01.01.1990 ovvero nell’arco della vigenza contrattuale (ovvero 31.12.1990) è previsto un importo della maggiorazione RIA quadruplicato previo riassorbimento delle precedenti maggiorazioni.

Fino a qui nulla di rilevante per il contenzioso futuro che ci occupa. Chi aveva maturato quei requisiti (di 5, 10 0 20 anni di servizio) entro il 31 dicembre 1990, ha già ottenuto quanto promesso.

Qualche anno dopo, tuttavia, il requisito temporale del 31 dicembre 1990 venne spostato al 31 dicembre 1993.

Tutti i dipendenti che avevano, frattanto, maturato i requisiti dei 5, 10 o 20 anni tra l’1 gennaio 1991 e il 31 dicembre 1993, allora, speravano di ottenere tali maggiorazioni, ma si aprì un contenzioso in quanto i Ministeri si opposero a tale richiesta sostenendo che le previsioni richiamate dai dipendenti non si riferivano anche alla maggiorazione economica per l’anzianità.

Il contenzioso, però, diede ragione ai dipendenti che, negli anni 90, vinsero innanzi al T.A.R. Lazio ed al Consiglio di Stato ottenendo, in alcuni casi, quanto spettante.

Invero, e i casi non sono isolati, vi sono stati lavoratori che, pur ottenendo giustizia, non hanno potuto eseguire la sentenza a loro favorevole stante un nuovo intervento del Legislatore.

Ad arginare i rimborsi che sarebbero arrivati con i nuovi ricorsi e con le esecuzioni delle richiamate sentenze, difatti, intervenne il Legislatore che, alla fine del 2000 (stavolta siamo in piena spending review e le notti magiche di Italia 90 sono un vecchio ricordo), con la Legge finanziaria, diede vita ad una norma di interpretazione autentica che negava ogni diritto al personale che aveva maturato i requisiti tra il 1991 e il 1993.

Oggi, questa norma, che in precedenza era stata salvata dalla Corte delle Leggi (n. 299 del 1999 e n. 374 del 2000), è stata dichiarata dalla stessa incostituzionale (sentenza 4/2024).

Quanto concretamente potrebbe spettare ai singoli lavoratori?

L’art. 9, comma 4, dell’accordo sindacale per il personale del comparto Ministeri del 26 settembre 1989, approvato con D.P.R. 17 gennaio 1990, n. 44, prevede che “al personale che, alla data del 1° gennaio 1990, abbia acquisito esperienza professionale con almeno cinque anni di effettivo servizio, o che maturi detto quinquennio nell’arco della vigenza contrattuale, compete dalle date suddette una maggiorazione della retribuzione individuale di anzianità nelle sotto indicate misure annue lorde:

  • prima, seconda e terza qualifica funzionale £. 300.000;
  • quarta, quinta e sesta qualifica funzionale £. 400.000;
  • settima, ottava e nona qualifica funzionale £. 500.000″.

Il successivo comma 5 aggiunge che “le misure delle maggiorazioni di cui al comma 4 sono, con le stesse decorrenze stabilite nel medesimo comma 4, raddoppiate e quadruplicate nei confronti del personale che, nell’arco della vigenza contrattuale, abbia o maturi, rispettivamente, dieci o venti anni di servizio, previo riassorbimento delle precedenti maggiorazioni”.

Cosa fare per ottenere le somme?

Bisogna agire giudizialmente giacché il Ministero, stante gli scenari ancora non chiari sulla portata della sentenza, non consentirà, verosimilmente, alcun riconoscimento diretto ai dipendenti.

L’azione verrà proposta innanzi al Tribunale dell’ultima sede di servizio del dipendente.

Il costo è di € 350 oltre IVA e CPA. Solo in caso di vittoria un success fee ai minimi tariffari.

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Ci sono rischi nel contenzioso che si deve intraprendere?

Al momento i destinatari diretti della pronuncia, che peraltro dovranno attendere l’esito del loro giudizio al Consiglio di Stato, sono gli unici certi di poter beneficiare.

A nostro modo di vedere tuttavia anche gli altri lavoratori che non hanno agito hanno possibilità di farlo.

Se è vero infatti che l’efficacia retroattiva della sentenza dichiarativa dell’illegittimità costituzionale di norma di legge non si estende ai rapporti esauriti, ossia a quei rapporti che, sorti precedentemente alla pronuncia della Corte Costituzionale, abbiano dato luogo a situazioni giuridiche ormai consolidate ed intangibili in virtù del passaggio in giudicato di decisioni giudiziali, della definitività di provvedimenti amministrativi non più impugnabili, del completo esaurimento degli effetti di atti negoziali, del decorso dei termini di prescrizione o decadenza, ovvero del compimento di altri atti o fatti rilevanti sul piano sostanziale o processuale” (così Trib. Roma 14 febbraio 1995), non può dimenticarsi che nel caso specifico siamo innanzi alla declaratoria di incostituzionalità di una norma di interpretazione autentica.

Ciò vuol dire che a rivivere è l’originaria norma che, come accennato, era stata interpretata dal Giudice Amministrativo in maniera favorevole ai ricorrenti. I fatti che potrebbero essere favorevoli al Ministero, come la prescrizione o la decadenza, possono essere affrontati con le nostre tesi giuridiche.

A nostro modo di vedere, difatti, la prescrizione, ai sensi del codice civile, non è concretamente iniziata a decorrere in quanto, stante la presenza della norma poi dichiarata incostituzionale, non era possibile far valere alcun diritto.

Non sembra esservi inoltre decadenza giacchè frattanto la giurisdizione è del Giudice del Lavoro e non del T.A.R. ove poteva immaginarsi tale decadenza.

Potrebbe esservi, infine, una norma che limita, per un anno, i beneficiari dei rimborsi giacchè, per il 1993, vi era altra norma di blocco dei benefici. Se, dunque, gli ostacoli ad ottenere il pagamento della maggiorazione RIA spettante a chi ha maturato i requisiti del quinquennio, decennio o ventennio di servizio tra l’1 gennaio 1991 e il 31 dicembre 1992 sono solo quelli di cui sopra, per chi, invece, li ha maturati entro l’anno seguente, potrebbe esservi l’ostacolo del comma 3 del medesimo articolo 7 del DPR 384/92 che ha disposto l’inapplicabilità per l’anno 1993 delle norme che comportano aumenti retributivi, questione che rimane da chiarire.

Ci sono delle altre categorie di soggetti che potrebbero agire?

Si, in quanto stante l’ampio contenzioso a suo tempo instaurato, è utile valutare singolarmente i casi di chi, a suo tempo, aveva già agito in giudizio.

In tal caso va valutata una consulenza ad hoc per ogni singolo caso prima di intraprendere l’azione.

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Bando trasferimenti Università di Foggia: il Tar Bari ravvisa l’illegittimità dei criteri. Nei trasferimenti deve essere considerato il solo merito.
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L’Università degli Studi di Foggia emanava il “Bando trasferimento Studenti – Corsi di laurea Area Medica – a.a. 2023/2024” tramite il quale metteva a disposizione 49 posti da coprire mediante procedura di trasferimento.

Con la pubblicazione delle graduatorie di merito si aveva contezza dell’illegittimità dei criteri adoperati dalla Amministrazione nella redazione delle stesse; difatti i candidati erano suddivisi in due graduatorie a seconda della provenienza da Ateneo nazionale o straniero con postergazione di questi ultimi rispetto ai primi.

A tal riguardo, plurimi studenti proponevano ricorso avverso le citate graduatorie innanzi al TAR competente e il Tar accoglieva il nostro ricorso.

Il 21 febbraio 2024, il TAR per la Puglia, sede di Bari, pronunciandosi con Ordinanza n. 101/2024 statuiva che: “Considerato, infatti, che la graduatoria impugnata dalla ricorrente non appare in linea con il principio della valutazione del merito per come interpretato, nella materia dei trasferimenti universitari, dalla decisione dell’Adunanza Plenaria n. 1/2015; considerato che il medesimo provvedimento appare essere, altresì, caratterizzato da una dubbia conformità al principio di libera circolazione delle persone, dei lavoratori, delle merci e dei capitali così come delineato dalla normativa nazionale e dall’art. 3, par. 2, del TUE e dall’art. 21 del TFUE”.

Il Collegio dunque, accoglieva le censure avanzate dalla ricorrente statuendo l’illegittimità delle richiamate graduatorie redatte in violazione dei principi espressi nell’Adunanza Plenaria n. 1/2015 e del principio della libera circolazione delle persone e dei lavoratori.

Reclutamento allievi carabinieri. Non idoneità fisica per imperfezione e infermità. Il TAR Lazio annulla con sentenza gli atti impugnati e accoglie il nostro ricorso.
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L’interessato lamentava inizialmente l’esclusione dal concorso per “il reclutamento di 4189 allievi carabinieri in ferma quadriennale” a causa di una pregressa malattia dalla quale era guarito prima che si sottoponesse agli accertamenti psico-fisici previsti dal concorso de quo.

La Commissione medica fondava l’esclusione del candidato sull’art. 582, lettera G. punto 1, del D.P.R. del 15 marzo 2010 n. 90 in maniera acritica senza neanche chiedere ulteriore documentazione medica al candidato o l’effettuazione di altri esami specialistici per verificarne la reale idoneità.

Il TAR Lazio dapprima con decreto monocratico, successivamente confermato con ordinanza, consentiva al ricorrente di proseguire l’iter concorsuale e sostenere dunque anche i colloqui finali per la valutazione psicologica che lo stesso superava con successo. Successivamente veniva disposta verificazione sulle condizioni fisiche del ricorrente.

Il TAR Lazio, infine, con sentenza n. 2425/2024 del 08/02/2024 accoglieva tutte le doglianze del ricorrente annullando gli atti impugnati ivi compresa la graduatoria finale di merito.

Nella richiamata sentenza si legge: “Il ricorrente denuncia l’illegittimità del predetto provvedimento, nonché della graduatoria impugnata con motivi aggiunti per illegittimità derivata, in quanto viziati da eccesso di potere ed illogicità nonché travisamento di fatto da parte dell’Amministrazione, che avrebbe fondato le proprie decisioni sull’erroneo presupposto della persistenza della patologia tumorale, la quale, di contro, non risulterebbe all’attualità sussistente. Tali censure sono meritevoli di accoglimento. L’articolo 582, comma 1, del Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, indica, tra le imperfezioni e infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare, le “Neoplasie” (lett. g), nell’ambito delle quali annovera “i tumori maligni” (punto 1). Le medesime previsioni sono riprodotte alla lettera G, punto 1, della direttiva tecnica per l’applicazione dell’elenco delle imperfezioni e delle infermità che sono causa di non idoneità al servizio militare, approvata con decreto ministeriale 4 giugno 2014. Secondo il consolidato orientamento della Sezione, che il Collegio ritiene di condividere, le suddette previsioni devono essere interpretate nel senso di qualificare come causa di non idoneità al servizio militare esclusivamente le patologie oncologiche in atto, tale non potendo ritenersi la situazione di c.d. followup alla quale, a seguito della completa eradicazione del tumore deve sottoporsi per un certo tempo la persona precedentemente affetta da tale patologia. La condizione di follow-up non può, infatti, essere identificata con lo stato patologico tumorale, poiché essa consiste soltanto in una serie cadenzata di controlli periodici, per un determinato arco temporale, ai quali devono essere sottoposti tutti i pazienti che abbiano sofferto di patologie oncologiche al solo fine di rilevare tempestivamente eventuali recidive. La remissione completa della malattia, nella quale versano quanti siano soggetti soltanto a controlli periodici nell’ambito del c.d. follow-up, non può quindi essere equiparata a una situazione di malattia quiescente, in assenza di segni atti a dimostrare in alcun modo la persistenza della malattia oncologica. […] Secondo l’orientamento giurisprudenziale più recente, la ratio dell’art. 582 reg. ord. mil. e della relativa direttiva tecnica è quella di accertare l’idoneità attuale della persona valutata allo svolgimento del servizio militare. Conseguentemente, il giudizio di non idoneità ivi previsto richiede il riscontro di una imperfezione o infermità in atto e avente carattere irreversibile e non può invece conseguire all’accertamento di una mera situazione di possibile recidiva, durante un limitato arco di tempo, di una patologia allo stato non presente. È stata ritenuta, pertanto, del tutto estranea alla ratio delle medesime previsioni l’espressione di un giudizio di non idoneità sulla base di una mera valutazione prognostica circa le possibilità che un candidato, attualmente perfettamente sano abbia in futuro a riammalarsi”.

Il Collegio condivide dunque l’interpretazione della normativa prospettata dallo Studio Legale sin dall’inizio; la patologia causa di esclusione deve avere i requisiti dell’attualità e quindi deve persistere nel momento in cui si effettua la selezione, a nulla rilevando eventuali patologie pregresse.

 

ASN: Il Tar accoglie sui titoli e sulle pubblicazioni
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Con sentenza n. 327 pubblicata in data 8 gennaio 2024, il Tar del Lazio, Sez. III Bis, ha accolto il ricorso patrocinato dall’Avv. Michele Bonetti e dallo studio Michele Bonetti e Santi Delia, ove si dibatteva del provvedimento di non idoneità per il conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia per il settore concorsuale 11/A1.

Il giudice di prime cure ha ritenuto fondati ben tre motivi del ricorso con cui veniva impugnato il giudizio collegiale e i giudizi individuali espressi dalla commissione, nonché le modalità ed i criteri di valutazione compiuti dalla stessa commissione.

La terza Sezione del Tribunale Amministrativo del Lazio ha ritenuto legittime le censure proposte nel ricorso. La sentenza in commento ha evidenziato la contraddittorietà del giudizio sul riconoscimento dei titoli, nonché l’erronea valutazione della commissione che non considera il criterio correttamente, limitandosi ad una valutazione che non tiene conto del conseguimento dei premi nella sua interezza. Oltretutto,  i criteri per la valutazione delle pubblicazioni scientifiche individuati dal bando ministeriale (coerenza, apporto individuale, collocazione editoriale dei prodotti, qualità dei lavori anche a livello internazionale, continuità e rilevanza per il settore concorsuale) devono essere tutti oggetto di corretta e analitica valutazione da parte delle Commissioni, unitamente al possesso dei titoli e del positivo grado di impatto della produzione scientifica ai sensi dei c.d. indicatori.

Interessante è il giudizio espresso in sentenza sulla contestazione della valutazione delle pubblicazioni. Il ricorrente è stato ritenuto non idoneo alla abilitazione scientifica nazionale richiesta a causa dell’esame negativo delle pubblicazioni di cui all’art. 7 d.M. n. 120/2016. Risulta pertanto insufficiente la motivazione a supporto di tale giudizio compiuta dalla commissione. Si tratta infatti di un giudizio troppo sintetico nonché superficiale nel valutare correttamente le monografie presentate dal candidato.

La commissione è stata dunque censurata per avere disatteso il principio dell’obbligo di sufficiente valutazione analitica di titoli e pubblicazioni. Per giurisprudenza costante, infatti, nell’ambito delle procedure ASN, il vaglio delle pubblicazioni deve essere sufficientemente analitico. Nel caso in esame tale valutazione analitica è assente. Pertanto non può che derivare l’illegittimità dei provvedimenti impugnati.

Per tali motivi il TAR ha accolto il ricorso del nostro ricorrente, annullando gli atti impugnati e ordinando all’Amministrazione di rivalutare il candidato con una nuova commissione esaminatrice in diversa composizione.

 

La Corte di Appello di Salerno con decisione n. 645/2018 riformava la decisione di primo grado, del Tribunale Ordinario di Nocera Inferiore, che riconosceva il diritto del dipendente di una P.A. ad ottenere il risarcimento dei danni per aver prestato attività lavorativa (tramite la stipula prima di contratti a progetto e poi di contratti a tempo determinato) per oltre 12 anni.

In particolare il ricorrente rappresentava di aver lavorato per conto del Comune dal dicembre 2005 al 30 giugno 2008 con contratti a progetto e poi dal dicembre 2009 al 2012, con contratti a termine che erano stati prorogati addirittura dopo la pubblicazione della decisione del Giudice di Primo grado di condanna, ossia sino al 2017.

Difatti in primo grado al dipendente non solo veniva riconosciuta l’indennità risarcitoria ex art. art. 32, co. 5, della Legge n. 183/2010, nella misura di 7 mensilità, ma le differenze retributive e previdenziali, per tutto l’arco lavorativo.

La Corte di Appello di Salerno, attraverso una reinterpretazione dell’istruttoria riformava in toto la decisione di primo grado asserendo, addirittura, che ai fini della dichiarazione di illegittimità dei contratti a termine per l’abuso degli stessi, vi deve essere continuità temporale tra i contratti sottoscritti. Secondo i Giudici della sezione lavoro, della Corte di Appello di Salerno al fine del superamento dei 36 mesi vi è la necessità della continuità temporale tra i contratti sottoscritti al fine di accertare l’abuso da parte della P.A. dei contratti a termini.

Con la decisione n. 2877/2023 la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito chiaramente invece che per il superamento del limite dei 36 mesi non è richiesta la continuità temporale: “L’art. 5 comma 4 bis del d.lgs. 368/2001 si applica dunque nell’impiego pubblico privatizzato e nel periodo che qui rileva, con riferimento al limite all’assunzione con una successione di contratti a tempo determinato per un periodo superiore a 36 mesi.

Le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 11374/2016, hanno inoltre chiarito che la stipula in successione tra loro di contratti a tempo determinato nel rispetto della disciplina di cui al d.lgs. 368 del 2001 e successive integrazioni, è legittima, dovendosi ritenere la normativa nazionale interna non in contrasto con la clausola n. 5 dell’Accordo Quadro, recepito nella Direttiva n. 1999/70/CE atteso che l’ordinamento italiano e, in specie, l’art. 5 del d.lgs. 368/2001, come integrato dall’art. 1, commi 40 e 43, della legge n. 247 del 2007, impone di considerare tutti i contratti a termine stipulati tra le parti, a prescindere dai periodi di interruzione tra essi intercorrenti, inglobandoli nel calcolo della durata massima di 36 mesi”.

Per la Corte di Cassazione “Ai fini del superamento del limite di 36 mesi, non è dunque richiesta la continuità dei periodi, intesa come mancanza di interruzioni e dunque la Corte d’Appello, richiedendo un tale requisito ha errato, essendo sufficiente il superamento del limite temporale, almeno nel contesto della medesima vicenda di precariato”.

 

La Suprema Corte di Cassazione ha affermato tale principio che la Corte di Appello di Salerno, a cui la causa è stata rimessa per la quantificazione della detta indennità, aveva immotivatamente disatteso.

Il Consiglio di Stato, con un’articolata sentenza, ripercorrendo gli angusti spazi delle ipotesi di accesso alla revocazione, ha accolto il ricorso degli Avvocati Michele Bonetti e Santi Delia, name founder di Bonetti & Delia, evitando il licenziamento di una ventina di Insegnanti Tecnico Pratici, ammessi a partecipare al concorso 2016 per effetto di provvedimenti cautelari.

Il “concorsone 2016”, come ricorderete, è stato il primo esclusivamente riservato agli insegnati abilitati in ottemperanza alla riforma della c.d. “Buona Scuola” appena entrata in vigore nel 2015.

Tale scelta del Legislatore aveva escluso ogni possibilità di partecipazione non solo a tutti i soggetti che avevano scelto di non abilitarsi ma, soprattutto, a coloro i quali, dopo aver ottenuto il titolo di accesso all’insegnamento, non avevano avuto alcuna possibilità di partecipare a percorsi di abilitazione in quanto lo Stato italiano non ne aveva creati.

In giudizio, nell’ambito delle migliaia di ammissioni che per quel concorso siamo riusciti ad ottenere, avevamo dimostrato l’illogicità e l’irragionevolezza di tale previsione normativa ove non interpretata nel senso di non consentire l’ammissione a chi, quell’abilitazione, non l’aveva potuta conseguire in ragione dell’inesistenza di canali abilitanti frattanto banditi.

“Il presupposto logico e giuridico-formale ineludibile perché risulti corretto l’assunto testé enunciato (e cioè la legittimità di un concorso ordinario riservato agli abilitati) è costituito dalla circostanza di fatto che, anteriormente alla scadenza del termine per la presentazione delle domande di partecipazione al concorso, sia stato attivato e portato a compimento quantomeno un percorso abilitativo c.d. “ordinario” – ossia aperto all’accesso di chiunque sia munito del prescritto titolo di studio (e a prescindere dal fatto che costui abbia, o meno, svolto attività di insegnamento a titolo precario) – giacché, altrimenti, la selezione (almeno in riferimento alle classi di concorso per cui difetti tale implicito, ma indispensabile, presupposto fattuale) finirebbe con l’atteggiarsi concretamente come concorso riservato (in spregio non solo, e non tanto, del cit. art. 97, III comma, Cost.; ma anche, e soprattutto, della dichiarata ed effettivamente riscontrabile voluntas legis).

Per le classi di concorso per cui non sia stato effettivamente possibile conseguire l’abilitazione senza aver svolto un periodo di precariato (ossia quelle per le quali tale conseguimento sia stato concretamente possibile solo in esito a percorsi abilitanti c.d. “speciali”, cioè riservati a chi abbia svolto un determinato periodo di servizio come insegnante precario: quali, e.g., i c.d. P.A.S., cui è controverso tra le parti se la ricorrente avesse avuto, o meno, titolo per accedere) il concorso solo formalmente si qualificherebbe come pubblico, ma in realtà si atteggerebbe come riservato ai docenti precari che, soli, abbiano potuto conseguire l’abilitazione per la specifica classe di concorso.

Alla stregua di quanto sin qui detto, che – senza alcun bisogno di sollevare q.l.c. della normativa primaria di riferimento, giacché essa ben si presta ad essere interpretata nei sensi di cui appresso: non solo in senso costituzionalmente più orientato, ma altresì in senso più conforme alla dichiarata (ed effettivamente riscontrata) voluntas legis, che effettivamente è quella del superamento del precariato come canale unico o preferenziale di accesso all’insegnamento (risultato inattingibile ove non si consentisse mai la partecipazione al concorso anche a prescindere dall’aver svolto servizio precario) – è ben possibile coniugare il possesso dell’abilitazione, quale requisito ordinariamente necessario per partecipare al concorso di cui all’art. 400 cit., con l’esigenza esegetica (di cui si è già detto) di non “riservare” per alcuna classe di concorso la partecipazione ai soli precari (o ex precari), mediante una corretta applicazione anche al concorso di cui qui trattasi del successivo art. 402 del cit. D.Lgs. n. 297/1994. Detta norma primaria, direttamente correlata a quella che disciplina lo svolgimento del concorso di cui trattasi (ossia l’art. 400 del medesimo D.Lgs.), dispone che “fino al termine dell’ultimo anno dei corsi di studi universitari per il rilascio dei titoli previsti dagli articoli 3 e 4 della legge 19 novembre 1990, n. 341, ai fini dell’ammissione ai concorsi a posti e a cattedre di insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, ivi compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, è richiesto il possesso dei seguenti titoli di studio: a) diploma conseguito presso le scuole magistrali o presso gli istituti magistrali, od abilitazione valida, per i concorsi a posti di docente di scuola materna; b) diploma conseguito presso gli istituti magistrali per i concorsi a posti di docente elementare; c) laurea conformemente a quanto stabilito con decreto del Ministro della pubblica istruzione, od abilitazione valida per l’insegnamento della disciplina o gruppo di discipline cui il concorso si riferisce, per i concorsi a cattedre e a posti di insegnamento nelle scuole secondarie, tranne che per gli insegnamenti per i quali è sufficiente il diploma di istruzione secondaria superiore” (tra i quali ultimi rientra il caso degli I.T.P., di cui qui trattasi)”.

Nel caso dei ricorrenti, invece, il Consiglio di Stato, nella sentenza che si chiedeva di revocare, aveva “delibato la propria posizione come se si trattasse di soggetti appartenenti al genus dei docenti non abilitati anziché alla species, pur all’interno dello stesso genus, degli ITP, ai quali prima del concorso ordinario in discorso, sarebbe stato reso impossibile abilitarsi “.

Il Consiglio di Stato, dopo una complessa premessa sulle peculiarità del giudizio di revocazione, ha ritenuto esistente l’errore di fatto revocatorio, pronunciandosi inoltre anche sulla efficacia erga omnes della revocazione, accogliendo la nostra tesi e mutuando una precedente giurisprudenza dello stesso CdS. Nella sentenza della sesta sezione del Consiglio di Stato in merito alla questione predetta si evince dunque quanto segue “Ne consegue che l’annullamento di un atto amministrativo generale, quale la lex specialis di un bando di concorso, nella parte in cui ha un contenuto inscindibile, produce effetti erga omnes, in quanto si tratta di un atto sostanzialmente unitario, che non può sussistere per taluni e non esistere per altri. In altri termini, una sentenza di annullamento, che per i limiti soggettivi del giudicato esplica in via ordinaria effetti solo fra le parti in causa, acquista efficacia erga omnes nei casi di atti a contenuto inscindibile, ovvero di atti a contenuto normativo, come i regolamenti, o di atti amministrativi generali, rivolti a destinatari indeterminati ed indeterminabili a priori, ma determinabili ex post, in relazione ai quali gli effetti dell’annullamento non sono circoscrivibili ai soli ricorrenti, essendosi in presenza di un atto a contenuto generale sostanzialmente e strutturalmente unitario, il quale non può esistere per taluni e non esistere per altri.”

 

La nota procedura concorsuale indetta da Sapienza per il trasferimento ad anni successivi al primo per il corso di laurea in Medicina e Chirurgia, a.a. 2022/2023, è stata annullata dal TAR del Lazio con sentenza emessa in data 14.12.2023 su di un ricorso patrocinato dall’Avv. Michele Bonetti.

Nel citato provvedimento si legge: “(…) rispetto alla domanda formulata in ricorso…consegua l’annullamento in parte qua del gravato avviso pubblico (quanto agli evidenziati profili inerenti alla predeterminazione dei criteri di valutazione ad opera della lex specialis della procedura) e, per l’effetto, l’annullamento dei conseguenti atti della procedura valutativa oggetto di impugnazione (in ragione delle ricadute in via derivata dei rilevati profili di illegittimità della lex specialis)”.

Il Collegio, accogliendo le censure avanzate con l’atto introduttivo, dichiara la procedura illegittima in relazione ai criteri di selezione indicati nel bando di concorso poiché assunti in violazione dei principi espressi dall’Adunanza Plenaria (n. 1 del 2015).

La procedura de quo creava difatti delle postergazioni fra gli studenti che venivano selezionati non sulla base del merito, che postula un’accurata valutazione dei CFU conseguiti e degli esami sostenuti, ma unicamente sulla base dell’Ateneo di provenienza; di fatto, l’immatricolazione era quindi consentita ai soli candidati provenienti da Atenei pubblici a discapito di quanti diversamente provenissero da Atenei privati.

A distanza di più di un anno dall’instaurazione del contenzioso in parola il TAR ha dunque posto fine ad una vicenda che ha tenuto in sospeso centinai di studenti.

Secondo l’Avv. Michele Bonetti, dello Studio legale Bonetti-Delia, “ora per la prima volta deciderà il Consiglio di Stato se confermare la decisione assunta dal Giudice di prime cure; il Consiglio di Stato si è già pronunciato per ben due volte in sede di appello cautelare sui nostri ricorsi accogliendo ex art. 55 co. 10 c.p.a. deducendo: “Ritenuto che la suddetta questione merita l’opportuno approfondimento in sede di decisione di merito, dovendosi rimettere al giudizio del Tar la prudente valutazione circa la compatibilità dei succitati artt. 1, lettera a), e 5 del bando rispetto ai principi di diritto enunciati dalla Plenaria n. 1/2015, applicabile con riferimento ai trasferimenti degli studenti sia da Atenei stranieri, sia da quelli nazionali, profilandosi la possibilità che, sulla base delle previste distinzioni “in ordine di importanza” fondate su categorie di appartenenza fra i candidati, si vengano a creare postergazioni di fatto fra studenti che già hanno frequentato il primo anno di studi, sostenendo i relativi esami di cui chiedono il riconoscimento, malgrado il fatto che la suddetta aspirazione al riconoscimento di carriera parrebbe fondarsi, invece, sulla base di criteri oggettivi, positivamente apprezzabili, quali gli esami sostenuti e i crediti formativi conseguiti, e non più sulle esigenze organizzative e funzionali proprie della programmazione dei posti disponibili per l’accesso al primo anno, le quali, sole, invece, si fondano sui principi dell’effettuazione e superamento del test di ingresso”.

Il principio del c.d. consolidamento viene applicato anche dalla sezione consultiva del Consiglio di Stato, che giudica sui ricorsi straordinari al Presidente della Repubblica e che, sino ad ora, non aveva sempre applicato il suddetto principio ormai da anni affermato dinanzi alle sezioni giurisdizionali.

La determinazione in tal senso emerge dai recentissimi pareri definitivi pubblicati dalla I sezione consultiva del Consiglio di Stato in relazione ai ricorsi per l’ammissione ai corsi di laurea in medicina e chirurgia, odontoiatria e protesi dentaria e medicina veterinaria, nell’ambito dei quali il Collegio ha affermato la non necessarietà di una decisione di merito della controversia considerando che gli studenti hanno ormai raggiunto l’obiettivo (c.d. bene della vita) a cui aspiravano tramite la proposizione del ricorso.

Nei provvedimenti si legge che il superamento degli esami universitari dimostra il consolidamento del diritto alla frequenza universitaria e “comprova la realizzazione della esigenza formativa cui era preordinata l’iniziativa giudiziale intrapresa e, quindi, il soddisfacimento dell’interesse sostanziale azionato in giudizio, i cui effetti non potrebbero essere posti nel nulla, sul piano ontologico, neppure nel caso di reiezione delle domande azionate”.

Il Consiglio di Stato aggiunge poi che “deve in effetti ritenersi cessata la materia del contendere, ai sensi dell’art. 34, comma 5, cod. proc. amm., avuto riguardo alla situazione venutasi a creare dopo la sospensiva ottenuta dal ricorrente, con la sua progressione nel corso di studi universitario al quale era stato originariamente ammesso con riserva, in esecuzione di un provvedimento di carattere interinale”.

La I sezione consultiva del Consiglio di Stato ha dato finalmente continuità alla giurisprudenza maggioritaria della sezione giurisdizionale, superando le precedenti incertezze” commenta l’Avv Michele Bonetti dello Studio Legale Bonetti&Delia che ha patrocinato i ricorsi. “Il Collegio ha preso atto della circostanza che i ricorrenti hanno dimostrato nei fatti di poter frequentare i corsi di laurea a numero programmato, da cui erano stati esclusi per non aver superato un test a crocette, con il superamento degli esami del primo anno e con l’iscrizione al secondo anno di corso”.

Tale decisione è conforme anche ai principi espressi dall’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato n. 1/2015 la quale ha confermato che lo svolgimento del percorso di studi utile all’ammissione al secondo anno ben può superare l’eventuale carenza di un punteggio utile al test di selezione. La suddetta pronuncia dell’A.P., dunque, non quantifica il numero di esami necessari per l’applicazione del principio del c.d. consolidamento, e tratteggia i contorni per l’applicazione di tale istituto quando lo studente abbia dimostrato il passaggio al secondo anno, anno in cui non è previsto il test. La Plenaria esamina i trasferimenti dall’estero al secondo anno, consentendo il trasferimento senza il test, per l’appunto previsto al primo anno, e la stessa Amministrazione ha recepito tali indicazioni nei bandi dei trasferimenti addirittura consentendoli da facoltà affini e sulla base dei soli crediti formativi universitari e dal secondo anno accademico in poi.

Il Consiglio di Stato ritiene così che, anche con il solo superamento degli esami del primo anno, si dimostri non solo il passaggio all’anno successivo, ma anche l’attitudine allo studio delle discipline oggetto del primo anno di corso.

Il principio dell’assorbimento, dunque, nasce per prendere atto degli effetti del percorso di studi. Superando lo stato di matricola si supera l’effetto stesso delle prove di accesso e, dunque, la posizione deve essere dichirata improcedibile per cessazione della materia del contendere o sopravvenuta carenza di interesse, stante la circostanza che il bene della vita a cui i ricorrenti aspiravano (ovverosia l’immatricolazione al corso di laurea) è ormai soddisfatto.

Voto di maturità rivisto dall’Amministrazione per due studenti: Liceo romano rivaluta in melius il punteggio attribuito all’esame di maturità a due studenti in seguito all’inoltro di un ricorso in via di autotutela.
Pubblicato in Istruzione

Sono centinaia di migliaia gli studenti che annualmente sostengono l’esame di Stato e sovente capita che fra questi, ve ne siano alcuni che lamentano l’erroneità della votazione finale conseguita.

L’Avv. Michele Bonetti, esperto anche del settore scolastico, ha ottenuto la rettifica del punteggio finale conseguito all’esame di Stato da due studentesse di un Liceo classico romano a seguito dell’inoltro ai competenti uffici di un apposito ricorso gerarchico ed in via di autotutela e con il quale si richiedeva che il punteggio fosse ricalcolato sulla base delle censure avanzate.

Nel caso de quo i due studenti lamentavano la mancata e dunque erronea attribuzione dei c.d. “punti bonus” che solitamente sono assegnati dalla commissione esaminatrice alla luce di alcuni parametri e linee guida precedentemente determinati in sede di consiglio di classe; sebbene in detto ambito l’Amministrazione goda di una cospicua discrezionalità occorre sottolineare come, una volta stabiliti i criteri di attribuzione del citato punteggio, questi non possano essere arbitrariamente ed immotivatamente disattesi.

Gli studenti dunque avanzavano inizialmente, per il tramite del nostro studio legale, una istanza di accesso agli atti all’Istituto Scolastico, in modo da poter avere contezza di come la Commissione esaminatrice avesse valutato le prove scritte ed il colloquio orale; dal riscontro pervenuto in merito, si aveva contezza della erronea valutazione perpetrata dai docenti ai danni delle studentesse.

Difatti, ad ambedue gli studenti, non erano stati attributi i richiamati punti bonus sebbene le stesse ne avessero diritto alla luce del raggiungimento degli obiettivi previsti per l’attribuzione degli stessi.

Le instanti procedevano quindi all’inoltro del citato ricorso deducendo l’illegittimità dell’agere dell’Amministrazione.

L’Istituto Scolastico a seguito della ricezione del ricorso gerarchico decideva di procedere alla rettifica del punteggio finale conseguito dalle studentesse, attribuendo alle stesse i c.d. punti bonus che avrebbero dovuto conseguire sin dall’inizio.

La vicenda in parola dimostra come l’azione amministrativa debba, in ogni caso, necessariamente conformarsi ai canoni legislativi nonché ai criteri che, la stessa, autonomamente si impone.

Entrambi gli studenti hanno avuto ed ottenuto in questo modo un punteggio ulteriore all’esame di maturità che porteranno con sé nella loro vita.

Peraltro, la pronuncia amministrativa è particolarmente innovativa in quanto considera che per le motivazioni dedotte nell’istanza i due interessati abbiano rappresentato un interesse concreto ed attuale con tanto di ammissibilità dell’autotutela stessa.

ABILITAZIONE SCIENTIFICA NAZIONALE: IL CONSIGLIO DI STATO ACCOGLIE IL NOSTRO APPELLO, ACCOLTO IL RICORSO DI PRIMO GRADO SUI MOTIVI AGGIUNTI, VENGONO ANNULLATI I DUE GIUDIZI DELLA COMMISSIONE
Pubblicato in La voce del diritto

È di novembre 2023 una lodevole sentenza del Consiglio di Stato che accoglie il ricorso in appello, patrocinato dall’Avv. Michele Bonetti, dello studio Michele Bonetti e Santi Delia, ove si disquisiva del provvedimento di non idoneità per il conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di II fascia.

Si tratta di un’importante decisione, in quanto il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, con sentenza di aprile 2022, aveva giudicato il ricorrente, non idoneo ad entrambe le sessioni per cui aveva presentato domanda. 

Le censure avanzate dallo scrivente e dirette a confutare il giudizio di non idoneità alla funzione di professore associato, sono state ritenute fondate. Il Consiglio di Stato concorda sulla laconicità del primo giudizio, fondato esclusivamente sull’allocazione bassa nell’ambito del panorama scientifico mondiale per il settore delle riviste scientifiche su cui sono edite le pubblicazioni presentate. La commissione si riferiva così ad un parametro privo di base normativa, tale da evidenziarne l’illegittimità del giudizio. Anche il secondo giudizio intervenuto nelle more, a seguito di un’ulteriore domanda del ricorrente era stato censurato in primo grado con motivi aggiunti. Per quanto articolato anche tale ulteriore secondo giudizio è stato censurato dal Consiglio di Stato.

Il giudice di seconde cure ritiene che i dati obiettivi esposti dall’appellante contrastino con la valutazione di scarsa qualità espressa dalla commissione nei confronti delle sue pubblicazioni. In ciò si estrinseca l’insufficienza motivazionale e il contrasto tra la valutazione della commissione e la collazione editoriale della rivista che determina profili di eccesso di potere, rilevati sul piano della legittimità amministrativa ex. art 4. D. M.  2016 n. 120. Il Consiglio di Stato censura per l’appunto aprioristiche esclusioni dei lavori del candidato, motivate sul numero di autori e sulla mera collazione del ricorrente in posizione intermedia. Il Consiglio di Stato conclude accogliendo pertanto il ricorso e i motivi aggiunti, riformando la sentenza impugnata e ordinando al Ministero dell’Università e della Ricerca di nominare un nuovo commissario per rivalutare le pubblicazioni scientifiche.