Pubblicato in Editoriale

EMIGRANTI D’ALBANIA: STIAMO SPARANDO SUI GOMMONI?

by Avv. Michele Bonetti on01 Maggio 2014

Ad oggi, 44.000 studenti italiani varcano i confini del nostro paese per rifugiarsi all’estero, e ciò a causa del sistema di sbarramento all’accesso ad alcune facoltà. Il becero sistema della lotteria dei quiz, imposto per accedere all’Università, costringe difatti aspiranti medici, odontoiatri, liberi professionisti, ma anche aspiranti economisti e ingegneri, a recarsi all’estero perché il nostro Paese non permette loro di studiare.

La fuga dei cervelli, il c.d. “brain gain”, che un tempo nel nostro Paese avveniva per motivi di lavoro e dopo gli studi, oggi incomincia già a 18 anni.

Ciò perché i giovani, privati della possibilità di cimentarsi nel corso di laurea ambito, non possono nemmeno provare a cercare lavoro nel nostro Paese, in quanto privi di titolo abilitativo e di titolo di studio.

Trattasi di un esercito di 44.000 persone, colpito da drammi ben più ampi della mancata possibilità di studiare, un fiume umano di persone in difficoltà che forse non torneranno mai nella propria terra, con l’epilogo di un Paese sempre più povero, non solo culturalmente.

Le notizie apparse sulla stampa riportano una realtà travisata, ovvero che gli italiani che studiano in Albania lo fanno per rientrare in Italia: non è così, e aggiungiamo, purtroppo.

E’ un problema da porre agli occhi dell’attenzione dell’opinione pubblica e che in molti ignorano, a nostro avviso trascurano il dramma di questi ragazzi e di queste famiglie, sacrificate e martoriate dalla lontananza e dalla permanenza in una terra straniera dove la tassazione universitaria non ha certamente quei limiti che l’ordinamento italiano impone e che consente all’Ateneo Italo-Albanese di richiedere quei “quasi 10.000 euro” citati dagli organi di stampa.

E non si pensi che, chi fugge in Albania, sia il “figlio di papà” che grazie al proprio benessere economico può permettersi di studiare in un Paese estero. Non parliamo solo di “figli d’arte”, ma anche di figli di dipendenti pubblici, di poliziotti, di operai e di famiglie poco abbienti, di genitori che pur di dare ai figli la possibilità di seguire le proprie aspirazioni e coronare il proprio sogno, sono disposti a privarsi di tutto e a sostenere, per anni, enormi sacrifici.

D’altronde, chi ha realmente gli strumenti e i mezzi economici, non manda a studiare i propri figli in Albania, a chilometri da casa, dagli amici e dagli affetti familiari. In quei casi i “rimedi” sono altri, ed anche le inchieste della Procura della Repubblica di questi ultimi anni ne sono la prova provata.

I giovani che partono per l’Albania sono ragazzi di 18 anni che non si arrendono di fronte alle prime sconfitte di un test tristemente noto per le sue domande errate e fatto “sugli ingredienti della grattachecca”, ragazzi che non si sono arresi davanti all’indecoroso spettacolo del cambio delle regole in corsa del “bonus maturità”, e che hanno deciso solo per necessità di fare la valigia e scappare in Albania o in altri paesi come la Romania, la Spagna,ecc... Rimane, per questi, un sogno nel cassetto tornare un giorno a casa, sogno forse eccessivamente colpevolizzato.

Parliamo di luoghi dove un posto letto costa molto meno rispetto ad una città universitaria italiana, caratterizzata dal caro affitti e dalla speculazione a danno degli studenti, dove un traghetto per arrivare dalla Puglia a Tirana costa molto meno di un biglietto per un figlio che, a seguito della graduatoria nazionale, è costretto a trasferirsi da Catania a Udine e viceversa.

Chi pensa poi che all’estero gli studi non siano al passo con il “Paese del Rinascimento”,  dimentica che non solo il nostro Paese non spicca agli occhi del mondo per modernità, (oltre ad essere considerato ormai un Paese in completo declino economico e culturale) ma soprattutto mostra di non conoscere il mondo dell’Università.

La didattica all’estero, soprattutto per ciò che riguarda i laboratori particolarmente all’avanguardia e l’esercizio pratico, registra un livello di innovazione di certo superiore al target di molti atenei italiani. Ciò non solo per meriti altrui, ma paradossalmente grazie allo stesso Stato Italiano il quale, in virtù di convenzioni che gli organi della pubblica amministrazione si rifiutano di consegnare, investe economicamente nello stesso ateneo albanese, consentendo diversi sgravi a livello fiscale.

Sono 500 i docenti italiani che insegnano in Albania presso l’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio”, in un ateneo dove gli esami vengono sostenuti in lingua italiana, dove il personale delle segreterie studenti è di nazionalità italiana, dove spesso sulle attestazioni e sui piani di studio svetta, prima ancora dello stemma albanese, la torre italica del secondo ateneo romano, Tor Vergata.

Chi finanzia tutto questo?

Perché l’opinione pubblica non sente la necessità di indagare su questa tematica sottesa, sulle autorizzazioni, sulle esenzioni fiscali all’attività svolta in Italia, da questa Università albanese, il cui andamento è disciplinato da un decreto ministeriale Gelmini mai reso pubblico e dove sussiste l’impegno a trasmettere al Ministero, all’inizio di ogni anno accademico, l’elenco nominativo degli studenti immatricolati?

La sensazione che si ha è che, in questo bagno di sangue del numero chiuso, coloro che ancora sostengono tale sistema lo facciano affinché possano vivere poli esteri italo-stranieri quali l’Università “Nostra Signora del Buon Consiglio” che, in difetto, non avrebbero ragione di esistere.

A fronte di alcuni lungimiranti sentenze dei Tribunali Amministrativi, il Consiglio di Stato è ancora oscillante. Così come l’opinione pubblica che non ha preso piena coscienza del reale problema, forse perché divisa dalla brama di spartirsi le ultime briciole degli ultimi posti messi in palio.

E davanti a tutto ciò nessuno denuncia la più triste delle realtà, ovvero che nel nostro Paese non solo ci sono sempre meno medici, professionisti e laureati, ma che siamo costretti ad importare queste risorse dall’estero; il tutto quando la CRUI (la Conferenza dei Rettori Universitari Italiani) nei suoi dati attesta che negli anni ‘90 gli studenti di medicina al primo anno erano addirittura 140.000, mentre ad oggi sono soli 9.983 i posti messi a disposizione dal M.I.U.R. A tutto questo si è aggiunta la decisione di espletare il test ad aprile, quando ancora gli studenti non sapevano cosa fare del proprio futuro ed erano ancora impelagati tra i banchi di scuola: la conseguenza la stiamo già patendo, ovvero le 24.000 domande in meno al test e tanti medici in meno nei nostri ospedali e Pronti Soccorso.

E allora si riveda questo benedetto numero chiuso, si riaprano i nostri Atenei e la cultura italiana, senza tarpare le ali a tutti quei ragazzi che chiedono solo di studiare nel loro paese e soprattutto senza puntare il dito contro coloro che hanno deciso di frequentare un’Università estera solo perché spinti dalla voglia di affermarsi come professionisti e da quella sete di conoscenza e di sapere che, il nostro bel Paese, non riesce più a soddisfare.

                                                                                                  Avv. Michele Bonetti

Ultima modifica il 03 Maggio 2014

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